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Fise Unire: «A cosa serve fare raccolte differenziate per poi mandarle a riciclare in Cina?» PDF Stampa E-mail
Scritto da Managers   
venerdì 07 novembre 2008

RIMINI. Il settore del recupero delle frazioni che provengono dalla raccolta dei rifiuti continua a crescere nel nostro paese, ma ancora non riesce a far invertire la tendenza all’importazione dall’estero di materie prime riciclate, con l’unica eccezione della carta da macero.

Il rapporto di Fise Unire su l’Italia del recupero presentato oggi a Ecomondo, ha messo in evidenza che il settore del riciclo produce ogni anno 35 milioni di tonnellate di materiali, che rappresentano un´importante fonte di sostituzione delle materie prime vergini. Di questi 7 milioni provengono dal circuito dei rifiuti urbani, circa 10 milioni dal circuito dei rifiuti speciali, 8 milioni dal settore demolizioni e costruzioni e 12 milioni da sfridi di produzione. In particolare 20 milioni sono costituiti da metalli, 5,5 da carta e cartone, 4,8 da legno, 1,8 da vetro e 1,3 da plastica.

Dagli Rsu si recupera circa il 22% sul totale prodotto, e il 34% è invece la percentuale di recupero dagli speciali.
Dai risultati dell’analisi presentata, il recupero appare come un settore economico fondamentale per l’approvvigionamento delle materie necessarie a quasi tutti i settori della produzione di base dei materiali. In particolare con la crescita della domanda internazionale delle materie prime, il ruolo del settore del recupero sta aumentando e diventando di importanza strategica per il settore industriale italiano, su cui però l’attuale situazione di crisi dei prezzi delle materie prime potrebbe avere gravi effetti.

Il settore ha avuto una crescita costante negli ultimi anni e mentre la produzione industriale ha subito una contrazione dell’1,6%, le attività di recupero sono cresciute complessivamente dell’8,2%.
E il fatto che l’Italia si confermi anche nel 2007 un paese importatore di materie prime seconde dimostra che vi sono ancora notevoli margini di crescita, con l’effetto di implementare le caratteristiche di vantaggio ambientale ed economico che già detiene. Un discorso a parte vale per la carta, su cui da qualche anno siamo passati da importatori ad esportatori netti in cui la principale rotta è la Cina.

«Con il contributo ambientale pagato dal Conai abbiamo alimentato un inquinamento ambientale, grazie all’esportazione del macero» ha detto Luca Arnaudo dell’Autorità garante per la concorrenza e il mercato, intervenuto al dibattito e che ha colto l’occasione per evidenziare gli elementi positivi e negativi di un sistema - quello degli imballaggi - che è stato oggetto di un’ indagine conoscitiva che si è conclusa a luglio.

«Se dobbiamo fare raccolte differenziate per poi mandarle in Cina , è meglio che facciamo altro - ha dichiarato il presidente di Fise-Unire, Corrado Scapino - Il settore del recupero delle frazioni che provengono dalla raccolta dei rifiuti nella loro totalità è la miniera del nostro paese povero di materie prime. Il problema sta allora nell’alimentare un mercato interno capace di assorbire quello che proviene dalle raccolte differenziate, che rappresenterebbe anche un sistema a garanzia delle variazioni di mercato e di crisi congiunturali».

Secondo il presidente di Unire anche la crescita degli acquisti verdi potrebbe essere uno strumento utile in tal senso. Ma è necessario anche superare altre criticità che esistono nel nostro paese e che determinano un freno allo sviluppo del settore e all’inversione di tendenza tra import ed export.
Tra queste quella che è stata più volte ripresa riguarda la differente regolamentazione che esiste tra diverse aree del paese, in termini di permessi, autorizzazioni, documenti, requisiti e garanzie che sono necessari per esercitare una determinata attività connessa al recupero dei rifiuti e alla loro gestione. Così come il continuo rimettere mano alle norme e adesso anche ai sistemi di controllo determina una situazione di enorme incertezza che non aiuta certo a fa crescere il sistema.

Un altro ostacolo al corretto sviluppo del settore, è stato individuato nei ritardi nel processo di liberalizzazione della gestione dei servizi pubblici locali che è stata estesa in molte realtà anche ai rifiuti speciali. «La mancanza di criteri che indichino come e quanta assimilazione può essere fatta- ha detto Scapino- porta ad una distorsione del settore che è stata evidenziata anche nell’indagine dell’Antitrust».

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